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Oltre la catena: nascono le Unità di Montaggio Integrate

Come evitare fatica e monotonia nel lavoro alla catena di montaggio?
A inizio degli anni Settanta, una soluzione per rendere più responsabile e produttivo il lavoro operaio
La fabbrica di Charlot
Nei primi decenni del Novecento il lavoro nelle grandi fabbriche ricorda quello immortalato dalle immagini di “Tempi moderni”, il film dove Charlot nei panni di un operaio alla catena di montaggio ripete all’infinito le stesse operazioni con gesti da automa: quasi un burattino che avvita un pezzo, preme un pulsante, tira una leva…
E’ il trionfo del taylorismo: le mansioni sono frazionate in tante piccole operazioni, ciascuna della durata di pochi secondi, affidate a operai che le ripetono senza sosta centinaia o migliaia di volte al giorno.
Anche Adriano Olivetti, reduce da un viaggio negli Stati Uniti, a partire dalla fine degli anni ’20, introduce in fabbrica i principi dell’organizzazione scientifica del lavoro: analisi dei metodi di lavoro, calcolo dei tempi di lavorazione e di produzione, adozione di un sistema di incentivi (cottimo).
Ma i ritmi del lavoro in Olivetti non sono certamente quelli alienanti della fabbrica di Charlot: l’azienda guarda con molta attenzione alle condizioni del lavoro operaio, tanto che negli anni ’40 chiede la collaborazione di un illustre psicologo, Cesare Musatti, per verificare e ridefinire i metodi di determinazione dei tempi di lavoro.

Il ’68 e la domanda di cambiamento
Sul finire degli anni ’60, i progressi delle macchine utensili, le mutate caratteristiche tecnologiche di molti prodotti (standardizzazione e modularità) e lo sviluppo di mercati e produzioni di massa, accrescono nel mondo industriale europeo la pressione per modificare l’organizzazione della fabbrica.
I movimenti sociali che percorrono l’Europa nel ‘68 e l’autunno caldo del sindacato italiano nel ‘69 contribuiscono a rendere più visibile l’esigenza di superare la logica della parcellizzazione delle mansioni. Si rafforza l’esigenza di una diversa organizzazione del lavoro che dia anche all’operaio la possibilità di svolgere mansioni più qualificate e di acquisire maggiore consapevolezza dei propri compiti.
I sindacati premono per miglioramenti economici articolati in modo da livellare le retribuzioni; chiedono, inoltre, un arricchimento dei compiti, soprattutto per gli operai comuni.
Da parte loro le aziende hanno la necessità di compensare gli aumenti retributivi con aumenti della produttività e devono cercare di motivare maggiormente i lavoratori per fronteggiare fenomeni preoccupanti e crescenti come l’assenteismo, il disadattamento, i conflitti sociali.

Olivetti in cerca di una nuova organizzazione del lavoro
In questo scenario, negli anni ’60 l’Olivetti comincia a valutare l’opportunità di un più ampio ricorso a modelli diversi di organizzazione del lavoro, in parte già utilizzati all’interno o sperimentati da altre imprese: la rotazione delle mansioni; l’attribuzione ad un operaio di un maggior numero di operazioni, come alla Philips, o di funzioni più qualificate, come alla IBM; il lavoro a gruppi; l’adozione di mini-catene di montaggio per piccole parti del prodotto.
Tra i primi passi in questa direzione rientra, ad esempio, la decisione di affidare agli operai addetti ai torni automatici e alle presse la responsabilità anche della qualità; in altri reparti i compiti di produzione e controllo prima svolti da tre o quattro operai vengono unificati in un’unica mansione.
Ma è solo all’inizio degli anni ’70 che l’azienda decide di affrontare in modo più completo e sistematico la riorganizzazione del lavoro per superare lo schema della tradizionale catena di montaggio.
Dapprima si raccolgono informazioni, si fanno analisi, si creano gruppi di studio che coinvolgono tutti i livelli interessati (operai, capi reparto, tecnici, quadri, analisti). Quindi si definiscono le linee del cambiamento e si avvia un vasto piano di formazione e riconversione della manodopera.
In queste fasi un ruolo importante è svolto dal Centro Studi e Ricerche Sociali e dal Centro di Psicologia, strutture aziendali che contribuiscono a definire i criteri-guida dell’innovazione organizzativa.

Cosa sono le Unità di Montaggio Integrate
La nuova forma organizzativa conduce alla creazione delle Unità di Montaggio Integrate (UMI), piccole strutture che hanno il compito e la responsabilità di realizzare una parte della macchina o la macchina intera (a seconda della complessità del prodotto), completa in tutte le sue prestazioni richieste, collaudata e quindi vendibile al cliente.
L’UMI diviene responsabile, anche per i problemi della qualità, dell’intero processo produttivo di montaggio. A ogni operaio viene assegnato un lavoro a senso compiuto, che gli consente di avere una chiara visione del risultato finale e che lo responsabilizza maggiormente; entro certi limiti non è più legato ai ritmi prestabiliti della catena di montaggio, ma ha una certa discrezionalità di auto-organizzazione del lavoro.
Ogni UMI è formata da un gruppo di lavoro (in genere da 10 a 30 operai) che lavora in modo autonomo in un’area definita dello stabilimento (“isola di montaggio”). Ogni operaio provvede a produrre una delle parti essenziali di cui è costituita la macchina (gruppo di alimentazione, tastiera, ecc.). Sono parti che, una volta realizzate, possono funzionare autonomamente ed essere collaudate; pertanto, dopo averle montate, l’operaio dell’unità provvede al controllo e alla diagnosi degli eventuali difetti e, se possibile, anche alla riparazione. Le diverse parti collaudate vengono infine assemblate nell’ambito della stessa UMI per costituire la macchina completa.
Per i prodotti più complessi e con un maggiore contenuto di componenti elettronici l’organizzazione a UMI è più articolata: la lavorazione prevede più isole, ognuna con il compito di montare, collaudare e riparare gruppi funzionali; gli operai dell’isola ruotano su vari posti di lavoro seguendo l’intero ciclo di assemblaggio di un gruppo, variabile da 3,2 ore (contabile elettronica Audit A4, 1975) a 5 ore (contabili della classe BCS, 1978).

Con le UMI più produttività e più salari
Le prime UMI sono introdotte tra il 1971 e il 1973, quando negli stabilimenti Olivetti di Scarmagno (Torino) vengono avviati due esperimenti.
Il primo (1971) riguarda il montaggio dell’Auditronic, una macchina contabile di grandi dimensioni con un alto contenuto di parti meccaniche; il secondo (1973) interessa una calcolatrice elettronica Logos e costituisce l’oggetto di un accordo sindacale, il primo raggiunto in Italia in materia di trasformazioni organizzative nelle produzioni industriali.
In seguito le UMI vengono progressivamente estese a tutti i prodotti per ufficio; nel 1979 oltre il 50% del personale dei montaggi lavora nelle UMI.
I risultati sono positivi. L’arricchimento del lavoro e la rotazione degli addetti permettono, già nel 1976, di ottenere lo sperato miglioramento della produttività e della qualità e di compensare in questo modo i maggiori costi salariali richiesti dalle UMI (passaggio generalizzato degli addetti al montaggio dalla 2ª alla 3ª categoria; raddoppio del numero degli addetti più professionalizzati della 4ª e 5ª categoria).

Oltre le UMI e… oltre la fabbrica
Con le UMI la Olivetti - prima grande impresa in Italia e tra le prime nel mondo - introduce negli anni ’70 un modello che va verso il superamento del taylorismo; è una svolta che verrà seguita da molte altre industrie.
Ma già nella seconda metà degli anni ’80 nelle fabbriche si diffondono forme più radicali di automazione e robotizzazione: le mansioni dell’operaio cambiano ulteriormente, con prevalenza dei compiti di programmazione, sorveglianza e piccole riparazioni della macchina.
A partire dagli anni ’90 la rilevanza non solo delle UMI, ma di tutto il lavoro nelle attività di montaggio scemerà ulteriormente: sempre più spesso, infatti, il minor costo del lavoro spingerà le imprese europee e italiane a spostare gli impianti produttivi verso l’Est europeo e l’Estremo Oriente asiatico.


                                Videogallery

                               Minifabbriche. Le Unità di Montaggio Integrate Olivetti (1975, 14' 01")

                                Filmato della "playlist Olivetti" pubblicata su Youtube dall'Archivio Nazionale del Cinema d'Impresa,
                                a cui l'Asssociazione Archivio Storico Olivetti ha affidato la conservazione delle sue pellicole storiche.
                                Al termine del filmato la visione prosegue in modo automatico con i successivi titoli della playlist