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Una nuova fabbrica in America: lo stabilimento di Harrisburg

"Fu una fabbrica molto difficile da fare e i momenti di tensione e di scoramento non furono pochi,
come sempre avviene per le cose importanti" (Renzo Zorzi)

Perché Harrisburg
Nel 1959 l’Olivetti aveva annunciato l’acquisizione di una quota di controllo della Underwood, storica azienda americana di macchine per scrivere. Si trattava di un investimento rilevante (la Underwood aveva oltre 10.000 dipendenti) deciso da Adriano Olivetti nella convinzione che una forte presenza sul mercato americano fosse condizione indispensabile per chi ambiva a posizioni di leadership mondiale nei prodotti per ufficio.
Lo stabilimento della Underwood, situato ad Hartford (Connecticut) e costruito secondo i canoni e le esigenze dell’industria dell’Ottocento, era decisamente obsoleto. Ben presto, perciò, l’Olivetti decise di costruire un nuovo impianto negli Stati Uniti: un impianto che fosse non solo funzionale, ma anche degno della tradizione architettonica dell’Azienda e adeguato all’immagine ormai consolidata di modernità ed eccellenza tecnologica dei suoi prodotti.
Nei primi anni ’60 venne acquisita una tenuta agricola nei pressi di Harrisburg, in Pennsylvania, e nel 1966 la progettazione del nuovo stabilimento fu affidata a Louis Isidore Kahn.

Un grande architetto
Kahn era nato in Estonia nel 1901 (morirà all’improvviso a New York nel 1974) e, ancora bambino, era emigrato con la famiglia negli USA nel 1905, diventando cittadino statunitense. Dopo gli studi a Filadelfia, aveva iniziato la sua attività di architetto, ma solo negli anni ’50 era giunto alla notorietà internazionale (tra le sue opere più famose, vi è la sede del Parlamento del Bangladesh a Dacca realizzata nel 1962), grazie anche al prestigio conquistato con lunghi anni di insegnamento nella stessa Filadelfia, dove la sua scuola era divenuta un polo di attrazione – quasi un miraggio – per tantissimi studenti.
Kahn nel 1966 è ormai una indiscussa personalità dell’architettura moderna e quando l’Olivetti, a sua volta ben conosciuta e apprezzata per la qualità delle sue architetture industriali, gli propone di progettare uno stabilimento, accetta subito con entusiasmo.
Il progetto lo appassiona e fin dai primi passi si trova in sintonia con il committente. Alla fine, riferendosi all’Olivetti, avrà modo di dichiarare: "They honor the artist, and they honor the building that will carry the message. They were always interested in that".

Linee generali del progetto
Nell’impostare il progetto, Kahn e l’Olivetti concordano alcuni indirizzi generali. Innanzi tutto, tenuto conto che l’impianto sorgerà in una bella area verde di colline lievemente ondulate, solcate da un placido corso d’acqua, si dovrà tenere in grande considerazione il rispetto del paesaggio, ovviamente nel limite di ciò che è consentito da una costruzione industriale di 25.000 mq.
Si conviene di prestare la massima attenzione anche all’ambiente di lavoro: l’illuminazione dovrà essere assicurata per quanto possibile dalla luce naturale e quindi, vista la dimensione dell’impianto, sarà necessario pensare a una soluzione con dei lucernari. Bisognerà anche cercare di minimizzare il numero delle colonne interne, così da facilitare i movimenti all’interno della fabbrica e la dislocazione delle linee di produzione; anche le aree destinate agli uffici e alla mensa dovranno essere collocate sotto la medesima copertura per smentire l’idea – allora non infrequente, soprattutto negli USA – che i capi e gli operai debbano lavorare in ambienti completamente separati.
Il progettista e il committente convengono poi che l’opera non dovrà presentarsi come una "fabbrica qualunque", ma dovrà distinguersi per l’originalità e la funzionalità delle soluzioni.
Questo obiettivo sarà raggiunto, ma come ricorda Renzo Zorzi, responsabile del Disegno Industriale Olivetti, “fu una fabbrica molto difficile da fare e i momenti di tensione e di scoramento non furono pochi, come sempre avviene per le cose importanti” (GO, Giornale Olivetti, aprile 1974). 

Le soluzioni architettoniche
A Kahn l’Olivetti lascia un’ampia libertà d’azione, purché vengano rispettati alcuni vincoli pratici: l’adozione di soluzioni adeguate alle esigenze funzionali di una fabbrica e quindi di un ciclo produttivo; il contenimento dei costi entro il budget concordato; il rispetto dei tempi programmati.
Partendo da queste premesse Kahn, in contatto con i responsabili delle architetture industriali dell’Olivetti e in particolare con l’ing. Antonio Migliasso, elabora un progetto che viene messo a punto attraverso vari aggiustamenti successivi.
L’aspetto qualificante è la scelta di un modulo costituito da una struttura a ombrello rovesciato, ovvero da un pilastro che regge in asse una copertura costituita da una soletta di cemento di forma ottagonale. L’accostamento di tanti moduli consente di dar vita a una grande struttura caratterizzata da una forma geometrica regolare e ripetitiva.
Tra un modulo ottagonale e l’altro, nella copertura rimangono spazi vuoti di forma quadrata (lato di m. 6,40), ciascuno dei quali viene coperto da 16 piccole piramidi di fiberglass azzurrato: sono i lucernari che lasciano penetrare la luce dall’alto. A questa particolare soluzione collabora, su indicazione di Migliasso, un giovane e brillante architetto italiano: si tratta di Renzo Piano. Le sue piramidi in fiberglass, montate con l’ausilio di elicotteri, sono rivestite da uno speciale materiale trasparente che filtra e diffonde la luce del sole eliminando le ombre sull’area di lavoro.
La soluzione modulare adottata consente di ridurre il numero dei pilastri, che risultano distanziati di 17-18 metri; con 8 file di 9 moduli ciascuna si forma un immenso salone che copre una superficie di 24.500 metri quadri. Tutta la struttura ha un’altezza uniforme di 8,5 metri, che riduce l’impatto ambientale. Lungo le pareti esterne alcune vetrate lasciano filtrare luce e consentono la visuale sul paesaggio circostante.
Tubi, condutture, impianti di illuminazione e altre attrezzature di servizio sono a vista e occupano la parte superiore dell’ambiente, ancorate al soffitto con ganci o grate in acciaio posizionate in punti predeterminati.
Particolare cura viene dedicata alla realizzazione di tre grandi parcheggi, sistemati dietro lo stabilimento e nascosti alla vista di chi passa sulla vicina autostrada da lunghe collinette erbose.

Dall’aereo o dall’interno
Il risultato dell’opera di Kahn, entrata in funzione nel 1970 per ospitare la produzione di macchine per scrivere, piccoli sistemi e calcolatori, è eccezionale. Come nel dicembre di quell’anno scriveva Agnoldomenico Pica sulla rivista Domus: "Gli aspetti più suggestivi della fabbrica si possono cogliere o dall’aereo o dall’interno. Dall’aereo soltanto si può abbracciare la visione della copertura formata dalle teorie di ottagoni fra cui sono incastonate come gemme le piramidi lucenti. Nell’interno, l’intrico labirintico delle tubature, in vista e sospese a mezz’aria sopra un apposito reticolo d’acciaio, le pareti tramezzate da soppalco (uffici), la luce naturale diffusa dai lucernari azzurri, le ampie visioni della campagna attraverso le vetrate concludono un ambiente in cui si avverte come lo spettacolo scenografico sia continuamente governato dalla necessità della vita che vi agisce e dal rigore della ragione". Lo stabilimento di Harrisburg resterà in funzione per oltre vent’anni, finché l’Olivetti, di fronte a costi di gestione non più adeguati alle esigenze di competitività dei prodotti elettronici, deciderà di cederlo.