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Il restauro dell'Ultima Cena di Leonardo da Vinci

Una lunga e complessa opera di restauro sostenuta dalla Olivetti per salvare un grande capolavoro dell'arte italiana,
che molti ritenevano "irrestaurabile"

Tra le tante iniziative sostenute dalla Olivetti per conservare e promuovere il patrimonio artistico nazionale, il restauro dell’Ultima Cena di Leonardo, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie in Milano è forse la più significativa. Questo, non solo per l’enorme valore storico e culturale dell’opera, ma anche per una serie di altri motivi, tra cui:
- la complessità tecnica del restauro, dovuta alla particolare tecnica utilizzata da Leonardo e ai gravi deterioramenti intervenuti nel corso dei secoli;
- l’eccezionale durata del restauro, che si è protratto per 17 anni dal 1982 al 1999;
- il contributo organizzativo, tecnologico e culturale fornito dalla Olivetti, in aggiunta al contributo finanziario, con la pubblicazione di ricerche mirate sull’Ultima Cena e sulle influenze che l’opera ha avuto nella pittura, e con l’organizzazione di una importante mostra su questi temi;
- le soluzioni tecniche e organizzative adottate non solo per il restauro, ma anche per preservare il dipinto nel futuro, senza sottrarlo all’ammirazione del pubblico.

La richiesta e l’inizio dei restauri
La partecipazione di Olivetti al restauro dell’Ultima Cena di Leonardo comincia nei primi mesi del 1982, dopo che l’allora Ministro per i Beni Culturali, Vincenzo Scotti, si rivolge all’azienda eporediese chiedendo un intervento non limitato alla pura sponsorizzazione. L’Olivetti era già ben conosciuta per il suo impegno in iniziative volte al sostegno e alla promozione del patrimonio artistico italiano: per questo motivo, alla Società viene chiesto non solo di assumersi l’onere del completo finanziamento del restauro, ma anche di collaborare alla ricerca di soluzioni tecniche capaci di risolvere al meglio tutti i problemi che un progetto di tale calibro avrebbe necessariamente comportato.
Il restauro dell’opera di Leonardo aveva preso il via già nel 1977, con alcuni lavori preliminari di pulitura e campionatura, ma solo la collaborazione dell’Olivetti a partire dal 1982 consente di dare continuità ai lavori, affidati alla restauratrice Pinin Brambilla Barcilon, sotto la supervisione della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Milano, della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Milano e dell'Istituto Centrale per il Restauro di Roma.
La Olivetti, unico sponsor dei lavori, oltre ad assicurare il sostegno finanziario, mette a disposizione le sue competenze tecnologiche e, facendo leva anche sul prestigio culturale e artistico di Renzo Zorzi, responsabile delle Attività Culturali, svolge in modo discreto anche un’opera di coordinamento organizzativo di tutti gli enti coinvolti.
I lavori sono accompagnati dallo svolgimento di studi e ricerche sia per approfondire la conoscenza storico-artistica dell’opera di Leonardo, sia per sfruttare al meglio quanto le tecniche di restauro e conservazione dei dipinti permettono di applicare al caso molto complesso dell’Ultima Cena.
Si pubblicano articoli su varie riviste scientifiche, si organizzano conferenze, dibattiti e mostre, come quella sui disegni preparatori di Leonardo per l’Ultima Cena, conservati nella Biblioteca Reale di Windsor e presentati nel 1983 dapprima a Milano e poi a Washington e in altre capitali del mondo.
L’Olivetti nella sua collana “Quaderni del restauro”, pubblicata in collaborazione con il Ministero per i Beni Culturali, presenta tre studi su alcuni aspetti relativi all’influenza del cenacolo vinciano sulla storia della pittura. Nel 1999, a conclusione del restauro, pubblica con l’Electa un prezioso volume con riproduzioni di alta qualità del dipinto e del suo restauro; alla fine dello stesso anno, dedica uno dei suoi libri strenna a Leonardo da Vinci, pubblicando vari scritti e disegni dell’artista toscano.

L’opera di restauro
Il restauro dell’Ultima Cena spesso viene ricordato come una delle opere più complesse nel campo della conservazione del patrimonio artistico italiano, non solo per la lunghezza della sua durata e per il numero di persone coinvolte. Occorre, infatti, considerare anche le difficilissime condizioni in cui si trovava il dipinto, realizzato tra il 1494 e il 1498.
Con l’Ultima Cena Leonardo aveva voluto sperimentare una nuova tecnica; anziché fare un affresco, aveva dipinto con una tecnica mista a secco su due strati di preparazione dell’intonaco. Ma i risultati ben presto si erano rivelati insoddisfacenti e già alla metà del Cinquecento l’opera presentava evidenti segni di usura. A più riprese, in seguito, vennero decisi vari interventi di restauro, spesso ottenendo l’effetto contrario a quello desiderato: l’opera divenne quasi illeggibile, ricoperta di innumerevoli strati di pitture, colle, stucchi che, insieme alla polvere, alla sporcizia e all’umidità, convinsero molti esperti a giudicare l’Ultima Cena un’opera “irrestaurabile”.
Al degrado avevano contribuito anche l’uso del Cenacolo come magazzino per le truppe napoleoniche alla fine del Settecento, l’apertura da parte dei frati di Santa Maria delle Grazie di una porta proprio sotto la figura del Cristo e, nel 1943, i bombardamenti che colpirono in pieno l’Ultima Cena, distruggendo la volta e una parete, ma lasciando miracolosamente in piedi, seppure senza la protezione del tetto, la parete con il dipinto di Leonardo e quella antistante con un grande affresco del Montorfano.
Il lavoro della restauratrice Pinin Brambilla e di tutti i suoi collaboratori si è quindi dimostrato estremamente complesso e laborioso. E’ stato necessario compiere un numero incredibile di campionature e di studi per trovare le tecniche migliori con cui restaurare l’opera e, soprattutto, per riportare alla luce i colori e le sagome originali di Leonardo.
Grazie agli enormi sforzi compiuti, si è potuto scoprire come il tempo e i restauri del passato avessero completamente stravolto l’opera vinciana, trasformando, ad esempio, i capelli di Matteo da biondi a scuri, oppure alcune bocche dei presenti a tavola da aperte, in segno di stupore, a chiuse. Tutti particolari, questi, che hanno dato nuova vita ad una delle opere più famose del mondo e che hanno permesso di riportare alla luce i veri tratti disegnati alla fine del 1400 da Leonardo.
Il restauro è stato completato con la realizzazione di impianti per la conservazione ambientale: filtraggio dell'aria, abbattimento delle polveri, isolamento della sala, monitoraggio statico della parete e delle condizioni termo-igrometriche, regolazione di intensità e calore dell’illuminazione, impianti di sicurezza.

In oltre 17 anni, l’Olivetti ha sostenuto per il restauro un costo di circa 7 miliardi di lire, senza mai venire meno all’impegno preso, nemmeno nei momenti di maggiore difficoltà finanziaria. Dal 28 maggio 1999, all’indomani di una festosa inaugurazione, il dipinto di Leonardo, completamente rigenerato, è tornato ad essere una delle maggiori attrazioni artistiche di Milano.