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Donne in fabbrica

All'inizio degli anni '60 il lavoro femminile in una fabbrica metalmeccanica suscita ancora qualche curiosità 

Nella storica foto che intorno al 1920 ritrae Camillo Olivetti nel cortile dello stabilimento con le maestranza della società, quasi il 40% dei dipendenti sono donne.
In quegli anni, però, la presenza femminile si concentra negli uffici e nelle attività di servizio, mentre in fabbrica resta una rara eccezione: le lavorazioni meccaniche e il montaggio dei prodotti sono ancora riservati quasi esclusivamente agli uomini.
La situazione inizia a cambiare già negli anni ’30, dopo la riorganizzazione del lavoro promossa da Adriano Olivetti, che introduce in fabbrica alcuni dei principi della divisione scientifica del lavoro. Con la parcellizzazione del processo produttivo diviene più facile identificare mansioni che si adattano bene all’abilità manuale delle donne; una tendenza che più tardi si rafforzerà ulteriormente con lo sviluppo dell’elettronica e dell’automazione.
Sul finire degli anni ’50 per produrre le memorie dell’Elea 9000, il primo calcolatore elettronico italiano, l’Olivetti ricorre largamente al lavoro femminile: la paziente abilità manuale delle donne si rivela preziosa per realizzare queste memorie che hanno la struttura di un “tessuto” fatto di anelli di ferrite. Anche la SGS, fondata dall’Olivetti con altri partner, per la sua fabbrica di Agrate ricorre in prevalenza alla manodopera femminile: nelle minuziose operazioni richieste dalla produzione dei componenti elettronici, le donne brianzole mettono a frutto la loro secolare attitudine ai lavori di ricamo e filatura.
Lo sviluppo economico e tecnologico e l’evoluzione dell’organizzazione dei processi produttivi contribuiscono, dunque, ad accrescere nelle fabbriche la domanda di manodopera femminile. Allo stesso tempo, la maturazione sociale e culturale del Paese porta all’idea che il diritto al lavoro debba essere riconosciuto come diritto indiscutibile di tutti i cittadini, uomini e donne.
Con gli anni ’60 si può così avviare un lento, ma inarrestabile processo di emancipazione della condizione femminile anche nei luoghi di lavoro.

Quando in Europa la discriminazione era la regola
In generale, però, fino alla fine degli anni ’50 le condizioni del lavoro operaio delle donne nell’industria europea erano ancora molto difficili. Nel 1957 la rivista “Tecnica e Organizzazione”, fondata da Adriano Olivetti, pubblicava la sintesi di un articolo di Michèle Aumont, una francese laureata in filosofia che aveva volutamente scelto di fare l’operaia negli stabilimenti dell’area parigina. Il racconto della Aumont è sconfortante e suona come una denuncia sociale. Sulla base della sua decennale esperienza in fabbrica, la Aumont poteva scrivere in modo documentato che “generalmente i peggiori posti di lavoro (paga estremamente bassa, stabilimento situato in località difficilmente raggiungibile, locali non riscaldati, ecc.) sono riservati alle donne”. “Alle donne si affidano i lavori monotoni e mal pagati e si manifesta sfiducia nei rari casi in cui vengono loro affidati lavori un poco più importanti”, anche se “infiniti sono i lavori che si affidano alle donne in considerazione della loro sveltezza, della agilità delle loro mani”.
Oltre ad essere scarsamente considerata sul piano professionale, la donna era penalizzata anche dai massacranti ritmi del lavoro imposti dai cronometristi, che per ciascuna delle semplici operazioni generalmente richieste alla manodopera femminile spesso indicavano tempi strettissimi. Sulle donne gravava anche il peso, al di fuori della fabbrica, delle molte responsabilità nella gestione del ménage familiare.
Dopo aver evocato la precarietà del posto di lavoro sempre più spesso minacciato – soprattutto nelle funzioni ripetitive tipicamente affidate alle donne – dall’incalzante automazione della produzione, la Aumont aggiungeva: “la giornata della lavoratrice è estremamente dura: ore interminabili in cui compie per lo più sempre gli stessi gesti, senza provare interesse alcuno. Ed i capi operai non si sforzano di tenere conto, nel distribuire il lavoro, delle attitudini e preferenze dell’operaia”.

Donne al lavoro nelle fabbriche Olivetti
Nella stessa epoca a cui si riferisce la testimonianza della Aumont, le condizioni del lavoro femminile in Olivetti sono ben diverse da quelle descritte per l’industria parigina. Gli ambienti di lavoro sono assai più moderni e gradevoli; l’organizzazione dei processi produttivi è abbastanza flessibile e attenta alle esigenze personali delle lavoratrici; in fabbrica non si segnalano particolari discriminazioni tra lavoro femminile e maschile, mentre l’articolato sistema dei servizi sociali offerti dall’Azienda contribuisce a migliorare la condizione del lavoro della donna, offrendo una più facile soluzione dei vari problemi legati alla maternità e all’infanzia.
Forse proprio al fine di dimostrare in modo inequivocabile che le fabbriche Olivetti sono all’avanguardia anche nella tutela e non-discriminazione del lavoro femminile, nel giugno 1962 la Direzione aziendale incarica il fotografo Ugo Mulas di realizzare un servizio sulla donna in fabbrica.
Mulas si reca a Ivrea negli stabilimenti dell’Olivetti e qui scatta numerose foto. Alcune immagini verranno poi pubblicate sul n. 80 (marzo 1964) di “Notizie Olivetti” a corredo di un breve articolo di Domenico Tarantini intitolato “La donna nella fabbrica”. Tarantini ricorda che: “lavorano negli stabilimenti Olivetti di Ivrea 3.300 donne. Sono negli uffici, da quelli della Presidenza alle segreterie dei reparti; ma sono anche numerose nelle officine, in certi reparti di presse, alle transfer, ai montaggi, ai controlli della produzione”.

La nuova frontiera delle pari opportunità
Sono forse gli ultimi anni in cui l’immagine del lavoro della donna in una fabbrica meccanica incuriosisce al punto da giustificare un apposito servizio fotografico. Ben presto anche in questa industria la presenza femminile diventerà dovunque un fatto del tutto normale, mentre in ogni campo il numero delle mansioni di lavoro precluse alle donne tenderà ad azzerarsi.
La sfida delle pari opportunità si sposterà allora sul piano delle retribuzioni, della carriera e delle funzioni direttive. Nell’industria la donna-manager negli anni ’60 era (e spesso ancora è) un’eccezione. Nella sua autobiografia (“Donna e top manager”, ed. Rizzoli, 1987), Marisa Bellisario, raccontando la sua esperienza di lavoro in Olivetti General Electric, ricorda ripetutamente quanto la sua presenza rappresentasse verso la metà degli anni ’60 un’eccezione in un mondo quasi totalmente maschile: “Gentlemen and Marisa è l’esordio di tutte le riunioni internazionali alle quali partecipo, unica donna in mezzo a tanti uomini”.
La situazione non sarebbe cambiata di molto ancora per diversi anni, tanto che, dopo il servizio fotografico di Mulas sul lavoro della donna in fabbrica, per destare l’interesse e la curiosità dei lettori forse si sarebbe potuto pensare a un servizio sul lavoro delle donne in carriera.